dicembre 7, 2017

L’orologio biologico può essere superato con la fecondazione assistita

L’Italia è il Paese, insieme alla Svizzera, che rispetto alla media europea  presenta statisticamente la più alta percentuale di primipare in età adulta. Secondo una recente ricerca pubblicata sul Corriere della Sera, infatti, il 48,5% delle donne italiane partorisce fra i 35 e i 44 anni, contro il 44,7% dei parti registrati fra i 25 e i 35 anni. Nel nostro paese, quindi, si diventa madri sempre più tardi, tanto che le primipare ultraquarantenni sono ben l’8% del totale. Nonostante questa tendenza allo spostamento in avanti del primo parto, occorre precisare che numerosi studi scientifici affermano come la fertilità diminuisca gradualmente con il trascorrere del tempo. Non esiste, ovviamente, un’età “limite” valida in maniera universale, ma l’Istituto Superiore di Sanità rileva come la fecondità subisca un calo significativo intorno ai 32 anni e dopo i 37 anni. Tuttavia il decorso del tempo non determina una sensibile flessione nel buon esito delle procedure di fecondazione eterologa. IVI, inoltre, è all’avanguardia nello sviluppo di procedure di procreazione assistita che consentono di posticipare la maternità.

 

Il rapporto inversamente proporzionale età e fecondità – Secondo l’Istituto Superiore di Sanità il rapporto fra età e fecondità si caratterizza per essere inversamente proporzionale: con l’aumentare degli anni della donna si verifica una riduzione progressiva della sua fecondità, per queste ragioni l’ultimo approdo per avere un bambino spesso rimane la procreazione assistita . Le ragioni della diminuzione della fertilità femminile sono correlate all’invecchiamento e alla correlata diminuzione del patrimonio ovocitario. Questo, infatti, è completo alla nascita, ma fin dal primo giorno di vita tende a diminuire: se in una bambina la quantità di ovociti è pari circa a 1-2 milioni, già nell’età puberale diventa di 300/500 mila, attestandosi a 25.000 nella fascia di età che varia dai 38 ai 40 anni e riducendosi a soli 1.000 intorno ai 50 anni, in corrispondenza della menopausa. In questo senso, il periodo di massima fertilità si attesta in un arco temporale che spazia fra i 20 e i 25 anni. Per queste ragioni, le donne che intendano avere un bambino pur rientrando nella fascia d’età in cui la curva di fertilità appare discendente, possono scegliere di sottoporsi a procedure di pma eterologa.

 

Gli studi statistici sul rapporto fra età e fecondità – I meccanismi biologici che presiedono al rapporto inversamente proporzionale fra età e fertilità sono ancora in fase di studio, ma gli scienziati ritengono che siano da ricollegare ai diversi fattori codificati dai geni presenti sul cromosoma X. Un dato scientifico che, per essere letto adeguatamente, secondo l’ISS deve essere incrociato anche con un elemento puramente statistico: le probabilità di una gravidanza diminuiscono nel corso del tempo anche per effetto di una contestuale riduzione dei rapporti sessuali. Questi elementi sono stati alla base di uno studio statistico condotto dall’Università di Padova, che ha messo in rilievo come le probabilità di una donna di rimanere incinta nel giorno più fertile del ciclo sono all’incirca una su due per chi ha un’età che spazia fra i 19 e i 26 anni, mentre diminuiscono ad una su tre per chi si attesta in un range d’età fra i 35 e i 39. La riduzione dei rapporti sessuali nel corso del tempo, correlata a una riduzione della fertilità è alla base di uno studio della Duke University, svolto su un campione di 770 donne e pubblicato sulla rivista Obstestrics & Ginecology. Questa ricerca ha messo in evidenza come nel caso di una frequenza di almeno due rapporti sessuali a settimana, l’85% delle donne fra i 35 e i 39 anni concepivano entro 12 mesi, contro l’86% di quelle fra i 27 e i 34. Se, invece, si riduce la frequenza dei rapporti sessuali, aumenta il divario nella probabilità di restare incinte fra under 35 e over 35. Un divario che, come spiegheremo in seguito, può essere superato grazie a specifiche procedure di procreazione assistita.

 

La fecondazione eterologa come alternativa alla progressiva diminuzione della fertilità – Occorre precisare come il ritardo nella maternità, in questi ultimi decenni, sia sempre più correlato a scelte di vita o ragioni lavorative. Lo spostamento, nel corso del tempo, della decisione di avere un figlio ha comportato, di conseguenza un aumento delle richieste di fecondazione eterologa. Infatti, il decorso del tempo non ha un’influenza decisiva sul buon esito delle procedure di pma eterologa: lo scarto nell’ottenimento di una gravidanza fra le donne under 35 e le over 35 che si sottopongono a questi trattamenti è soltanto dell’8%. Non è un caso se nelle cliniche IVI negli ultimi dieci anni si è verificato un aumento dell’86% nelle richieste di trattamenti di pma eterologa con ovodonazione. Un dato confermato anche dalla Società Europea per la riproduzione che ha rilevato come l’età media delle donne che fanno ricorso alla fecondazione eterologa sia di 36,5 anni, con un netto incremento delle over 40 che nel 2015 sono state il 33,7% del totale, mentre nel 2005 erano soltanto il 20,7%. Un aumento che appare relazionato alle rilevanti percentuali di successo: in particolare nelle nostre cliniche, nel caso della fivet con ovuli di donatrice, il 69% delle coppie ottiene una gravidanza dopo il primo trattamento. Nel complesso nelle cliniche IVI la donazione di ovuli offre un indice di concepimento cumulativo top al 97%.

 

La preservazione della fertilità Se in generale, dunque, la posticipazione della maternità è relazionata a dinamiche socio-lavorative, non sono rare anche le ipotesi in cui questa sia “imposta” da una patologia che potrebbe avere un rilevante effetto negativo sulla funzionalità ovarica. In queste ipotesi le variabili negative su una futura gravidanza possono essere due: il decorso del tempo e la possibile incidenza di una malattia sull’apparato riproduttivo. IVI, in questi casi, offre alle pazienti alcune alternative che consentono loro di affrontare la patologia preservando la propria fertilità. In particolare, la crioconservazione  degli ovuli permette di “congelare” la capacità riproduttiva di una donna per il tempo desiderato, mantenendo le stesse possibilità di concepimento presenti al momento in cui gli ovociti vengono vitrificati. Nel caso in cui la donna debba essere sottoposta a trattamenti di chemioterapia o di radioterapia che impongono la necessità di uno spostamento nel tempo della gravidanza, un’altra tecnica consiste nel congelamento della corteccia ovarica, che può essere trapiantata dopo il buon esito di queste cure, una volta recuperata la funzione ovarica.

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