ottobre 20, 2017

La Fecondazione Eterologa: norme, techniche e risultati

In Italia dal 2014 la legislazione inerente alla pma ha subito importanti modifiche. Infatti, grazie ad una sentenza della Corte Costituzionale è stato superato il divieto di fecondazione eterologa stabilito dalla legge 40. Questa pronuncia dei giudici supremi ha rappresentato una nuova speranza per quelle coppie che non riuscivano ad avere bambini, aprendo le porte a tecniche in precedenza non consentite che, fin dai primi mesi dall’abolizione del limite, hanno dimostrato un’efficacia e un incremento del numero di interventi di fecondazione medicalmente assistita andato a buon fine Soltanto nel 2015, infatti, sono stati 601 i bambini nati attraverso questa tipologia di procreazione assistita. Un trend confermato dai dati di IVI: circa il 62% dei trattamenti eseguiti sono riferibili alla fecondazione eterologa.

La fecondazione eterologa: caratteristiche generali – La fecondazione eterologa è una forma di procreazione medicalmente assistita che si caratterizza perché il seme maschile o l’ovulo femminile non appartengono a uno dei futuri genitori ma a un soggetto esterno alla coppia. Di solito questa tecnica viene utilizzata qualora sussista  un’infertilità assoluta e conclamata di uno dei due partner. Nel caso, molto più frequente, in cui si faccia ricorso agli ovuli di una donatrice esterna si parla di fecondazione mediante ovodonazione. Gli ovuli, in questo caso, vengono fatti fecondare dagli spermatozoi del partner maschile della coppia al fine di creare embrioni che, in seguito, vengono trasferiti nella ricevente per consentire l’impianto e dare inizio ad una gravidanza. Questa tecnica è indicata, in particolare, nel caso di donne con deficit ovarico (precoce o per menopausa). Negli ultimi dieci anni IVI ha riscontrato un aumento dell’86% dei trattamenti di pma eterologa con ovuli donati. Per quanto concerne il profilo della donatrice, le nostre statistiche relative a un paese come la Spagna, permettono di stilare un identikit abbastanza preciso: si tratta di donne con un’età generalmente compresa fra i 18 e i 25 anni, molte delle quali già madri e con uno spiccato profilo solidaristico. La donatrice, inoltre, deve avere alcune specifiche caratteristiche: un’età compresa fra i 18 e i 35 anni, nessuna storia familiare di patologie a trasmissione genetica, non essere portatrice di malattie a trasmissione sessuale e in generale deve essere in buone condizioni psicofisiche. Le volontarie, comunque, prima di essere ammesse al programma di donazione degli ovociti devono sottoporsi a un iter completo di valutazione clinica e psicologica.

 

Gli step della fecondazione eterologa – Per essere pronta all’avvio delle procedure di fecondazione eterologa, la donatrice viene sottoposta a un trattamento di stimolazione ovarica, attraverso la somministrazione di ormoni, finalizzato allo sviluppo di un numero sufficiente di ovuli. Questa fase, caratterizzata da un monitoraggio continuo, ha la durata complessiva di 12-15 giorni. Allo stesso tempo, alla paziente ricevente vengono somministrati dei farmaci finalizzati a predisporre l’utero all’impianto degli embrioni che verranno trasferiti. Una fase contestuale riguarda la preparazione dello sperma: tramite analisi di laboratorio verranno selezionati gli spermatozoi più idonei a fecondare gli ovuli donati. Nell’attesa di una donatrice adatta, è anche possibile ricorrere a una procedura di crioconservazione dello sperma. Per far entrare in contato gli ovociti con gli spermatozoi si fa, generalmente, ricorso o a una tecnica di fecondazione in vitro convenzionale o all’iniezione intra-citoplasmatica di spermatozoi.

 

La tecnica FIV e la ICSI – Dopo aver ottenuto gli ovuli con il processo di ovodonazione e gli spermatozoi dal componente maschile della coppia, i primi possono essere inseminati mediante la tecnica FIV convenzionale. Questa procedura consiste nel posizionare su una piastra di coltura un ovulo circondato da spermatozoi. Gli embrioni ottenuti sono trasferiti immediatamente, senza ricorrere a un procedimento di vitrificazione, oppure vengono conservati in laboratorio fino al momento del transfer embrionale. In questa fase verranno anche classificati sulla base delle loro caratteristiche morfologiche. I medici decideranno quale sarà il numero più adatto di pre-embrioni che verranno trasferiti nell’utero della donna attraverso un’apposita cannula. Si tratta di una procedura veloce e assolutamente indolore che non richiede alcun tipo di anestesia.  Si farà, invece, ricorso all’iniezione intra-citoplasmatica (ICSI) nel caso in cui sussistano problematiche relative alla motilità o alla morfologia degli spermatozoi o se il partner di sesso maschile sia stato sottoposto in passato ad una vasectomia o abbia contratto una malattia che possa aver inciso in maniera severa sulla fertilità. L’ICSI consente un’unione diretta fra ovulo e spermatozoo e, di conseguenza, permette di agevolare la fecondazione. Lo spermatozoo selezionato verrà iniettato direttamente nell’ovulo attraverso una piccolissima cannula. Gli embrioni che ne deriveranno saranno fatti sviluppare in laboratorio prima di essere trasferiti nell’utero della ricevente. In entrambe queste tecniche è possibile vitrificare gli embrioni di buona qualità che non siano stati impiantati, al fine di un eventuale futuro trasferimento in un ciclo successivo.

 

 

 

Le recenti ricerche di IVI nell’ambito della fecondazione eterologa con ovodonazione – I nostri ricercatori, recentemente, hanno realizzato uno studio destinato ad ampliare le frontiere di successo nell’ambito della pma eterologa. La ricerca intitolata “Maternal Killer-cell Immunoglobulin-like Receptor (KIR) and fetal HLA-C compatibility in ART- oocyte donor influences live birth rate”, condotta su un campione di 30 donne con insufficienza riproduttiva sottoposte a 112 cicli di trattamento con ovodonazione, ha mostrato come la selezione di una donatrice appropriata possa ridurre le ipotesi di non riuscita dell’impianto nell’85% dei cicli di ovodonazione. La scelta di una donatrice compatibile attraverso un matching genetico genera un aumento del tasso di gravidanza dell’86% rispetto alla percentuale del 31% ottenuta nel caso in cui non avvenga questo processo di selezione. IVI, nel 2017, in occasione del Congresso internazionale sulla medicina riproduttiva a Bilbao (7th International IVI Congress), ha inoltre presentato i risultati di questa ricerca, che attesta l’importanza del processo di selezione della donatrice che abbia un profilo immunologico compatibile con quello della ricevente. Questo studio, inoltre, ha permesso di comprendere come sia preferibile trasferire un unico embrione per evitare che l’utero materno sia costretto a riconoscere troppi elementi esterni.

 

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