dicembre 12, 2017

La fecondazione assistita e l’età: limiti legali e biologici

L’Italia è in Europa il paese che detiene il record per l’età delle donne che accedono per la prima volta a trattamenti di procreazione assistita. Nel nostro paese, infatti, in media il primo accesso a procedure di pma avviene a 36,7 anni, contro un dato europeo che si attesta invece sui 34,7 anni. Inoltre, soprattutto nell’ultimo decennio si è assistito un netto incremento di donne over 40 che hanno scelto la fecondazione assistita per avere un bambino: se, infatti, nel 2005 queste rappresentavano il 20,7% del totale, nel 2015 si è passati al 33,7%. Ma quali sono i limiti legali e quelli biologici per accedere a un percorso di pma? Occorre precisare che, in entrambi i casi, non è prevista un’età standard rigida o dei “paletti” rigorosi. Il legislatore, infatti, consapevole che ogni persona è diversa dall’altra dal punto di vista biologico, ha deciso di non fissare un limite di età universalmente valido.

 

La previsione legislativa – Nel nostro paese, a regolare l’accesso alla fecondazione assistita è la legge 40, che nel corso del tempo ha subito notevoli modifiche o rimaneggiamenti, non ultimo il superamento del divieto alla fecondazione eterologa – prima previsto nel testo normativo – intervenuto per effetto di una sentenza della Corte Costituzionale del 2014. La legge in questione non ha mai previsto un limite di età “fisso” per chi intende avere un figlio con la procreazione assistita. Infatti, il legislatore stabilisce che possano accedere alla pma “coppie di maggiorenni di sesso diverso, coniugate o conviventi, in età potenzialmente fertile, entrambi viventi”. L’espressione “potenzialmente fertile”, quindi, fa riferimento alla condizione biologica di entrambi i partner, senza stabilire in maniera aprioristica un “limite anagrafico” nella fecondazione assistita. Limite che potrebbe sì coincidere con quello biologico per alcune coppie, ma potrebbe anche non corrispondere a un’effettiva cessazione delle fertilità per altre.

 

La condizione biologica – In assenza, dunque, di un’indicazione legale rigida che possa escludere aprioristicamente molte coppie da un percorso di procreazione assistita, occorre fare riferimento alla condizione biologica di entrambi i partner. Ovviamente, come già precisato, non esiste sotto il profilo biologico un “parametro standard” valido per tutti. Ogni condizione è soggettiva e, proprio per questo, unica e diversa da un’altra che apparentemente può sembrare simile. È necessario, infatti, fare riferimento alla situazione personale di ogni coppia, alle condizioni di salute di entrambi i partner, allo stato fisico, alla presenza di eventuali patologie e a tutti i fattori che possono intervenire in maniera sia positiva sia negativa su una futura gravidanza. Appare importante evidenziare anche un altro elemento che emerge da una ricerca dell’Istituto Superiore di Sanità: nel caso di fecondazione eterologa l’età della donna normalmente è maggiore qualora si tratti di donazione di ovociti (41,5 anni), mentre è minore nel caso in cui si faccia ricorso alla donazione di seme (35,3 anni). Questa differenza, secondo le valutazioni dell’ISS, sembra indicare che questa tecnica sia scelta per far fronte all’infertilità fisiologia, correlata appunto all’età della donna non, invece, per l’infertilità patologica. Ritornando a una valutazione generale, nel caso della donna, comunque, i 50 anni sono generalmente considerati un limite ragionevole per sottoporsi a un trattamento di fertilità. Oltre questo margine, infatti, potrebbero insorgere rischi da non sottovalutare sia per la futura mamma, sia per il bambino. In questo senso, uno studio realizzato dalla Columbia University su un campione di 101 donne cinquantenni la cui gravidanza era stata resa possibile grazie ad ovuli donati da donne poco più che ventenni, ha messo in rilievo come le complicanze relative al parto sono state più o meno simili a quelle di altre donne sotto i 42 anni che si erano sottoposte a un percorso di procreazione assistita. Inoltre, occorre sottolineare come il “fattore-tempo”, incida anche sugli uomini, pur se in misura inferiore alle donne. Infatti, il decorso del tempo comporta una riduzione sia della qualità sia della quantità degli spermatozoi. I genetisti ritengono che alcune anomalie genetiche, inoltre, possano aumentare con l’età anche nel caso degli uomini.

 

Le statistiche e le tendenze recenti – In questo quadro occorre non sottovalutare le recenti tendenze che, soprattutto nel nostro paese, denotano uno spostamento in avanti dell’età non soltanto per le gravidanze naturali, ma anche per quanto riguarda il primo accesso a tecniche di pma. Secondo una recente indagine del Censis, che ha messo a confronto i dati attuali con quelli di otto anni fa, in questo arco di tempo l’età media maschile è passata da 37,7 anni a 39,8 anni, un aumento che ha coinvolto anche quella femminile (da 35,3 anni a 36,7). Un altro elemento da sottolineare consiste nel fatto che soltanto il 55% delle coppie che hanno deciso di far ricorso alla fecondazione assistita ha avuto come riscontro una diagnosi che correlava l’infertilità ad una causa specifica, mentre in oltre il 35% non è stata individuata una causa che possa essere connessa a tale condizione. Nella maggiore parte dei casi (60%) le coppie fanno ricorso alla Fivet omologa, anche se una buona percentuale (42%) decide di sottoporsi all’Icsi omologa.

 

I tempi di attesa – Se l’età è particolarmente avanzata, il fattore tempo nell’approccio ad una procedura di pma assume sempre più importanza. Da questo punto di vista, occorre rilevare come vi sia una netta differenza fra centri pubblici e cliniche private come IVI: nel primo caso i tempi di attesa spesso superano l’anno, con conseguenze non indifferenti per la coppia sia dal punto di vista di una futura gravidanza, sia sotto il profilo psicologico; mentre nella seconda ipotesi la procedura è più snella e veloce e l’inizio della terapia frequentemente avviene a meno di tre mesi dal “primo contatto”. La nostra realtà, da questo punto di vista, è una garanzia di rapidità ed efficienza: a IVI non esiste alcuna lista di attesa per nessun trattamento. Inoltre, le nostre cliniche hanno a disposizione la banca degli ovuli più grande del mondo e ciò permette di compiere un’assegnazione di gameti quasi immediata.

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